Oggi è così: smarrita.

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A volte mi domando se ho fatto la scelta giusta.

Si, perché l’ho voluto, ho fatto di tutto perché questa storia finisse. Mi sentivo un animale in gabbia. Ero infelice e insoddisfatta.

Tanto che il giorno in cui mi hai lasciata non ero sconvolta. Ho accettato la tua decisione in modo pacato quasi come la morte di un malato terminale: “ha finito di soffrire”.

Ora, però, mi chiedo: non sopportavo il tuo modo di trattarmi, non sopportavo i tuoi amici, odiavo la vita dorata che tu amavi. Allora, perché adesso tutto questo mi manca?

Ora non ho più tutto quello che mi rendeva infelice, ma sono ancora più infelice perché non ho più nulla.

Perché era l’amore che mi mancava. Tutto il resto sarebbe stato bellissimo se ci fosse stato l’amore. Avrei guardato quella vita con occhi diversi.

E’ un sogno ricorrente quello in cui mi licenzio dal mio lavoro, il lavoro che ho scelto per necessità. Mi licenzio per tornare a fare il lavoro di un tempo, quello che mi piaceva tanto, il lavoro creativo, divertente, ma mal pagato, precario. Nel sogno mi dispero, mi pento. Mi dico: e ora cosa faccio? Era un ottimo impiego, con un buono stipendio! Come ho potuto fare una tale sciocchezza? Non posso tornare indietro!

Poi, grazie a Dio mi sveglio.

Provo lo stesso smarrimento quando penso alla nostra storia. Al momento esatto in cui le nostre vite si sono separate. All’istante in cui mi sono trovata davanti al bivio e la nuova via da percorrere era obbligata. Che già in quel momento non c’era scelta. Era tutto deciso.

Stavolta, però, non si tratta di un sogno. Non mi sveglierò.

Come è potuto accadere?

Avevo una vita, con te. Ora non  ho più nulla.

Ora sono sola.

Forse sono stata una pazza. Avrei dovuto impegnarmi, molto di più, per far funzionare le cose.

Forse, però, non sarebbe servito a nulla.

Un giorno come tanti, ma più importante.

sbadata

Oggi è una splendida giornata di sole, quasi primaverile.

Mi sono alzata in fretta dal letto con tanta energia nelle gambe, anche se nello stomaco sento ancora tanta insicurezza. Passerà.

Sono trascorsi sei mesi abbondanti e di strada ne ho fatta: ho cambiato due volte casa, ho stretto nuove amicizie ed intensificato quelle già esistenti. Ho iniziato a scrivere un blog, cosa che mai avrei immaginato di fare, e dedico molto tempo alle cose che mi piacciono, tipo il cinema.

Sto, poi, arredando una casa tutta mia, veramente mia. E’ la prima volta e questo mi entusiasma. Con lui nulla è mai stato veramente mio. Ma neppure di entrambi! Solo suo, tutto suo.

Ieri, per la prima volta, sono passata davanti ad un negozio di arredamento, sono entrata ed ho acquistato un piccolo tavolino: quello dei i miei aperitivi casalinghi! Una piccola cosa, con grande significato.

Tornando a casa, sono arrivata davanti al portone con la busta, piuttosto ingombrante, che conteneva il tavolo. Una persona stava entrando: che fortuna, ho pensato, non devo cercare le chiavi.

Entro nel portone, mi avvicino alla cassetta della posta: non c’è nulla. Bene, niente da pagare.

Entro nell’ascensore. Premo il pulsante. Il quarto piano, poi sino al quinto a piedi.

Arrivata davanti all’ultima rampa di scale, guardo su ed esclamo: ma che caxxo è quì!!

Avevo sbagliato il portone….

La mia naturale disattenzione si ripresenta in tutto il suo splendore! Buon segno.

Vivian sta tornando!! Più forte e più “rinco” che mai!

Ma libera di esserlo.

Non ti amo più

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Era calda quella mattina d’estate, ma io non me ne accorsi neppure.

Le finestre, ancora senza le tende, erano socchiuse: non avevo bisogno di luce, quella mattina. Non avevo dormito.

Meglio non vedere bene. Meglio non sentire.

I miei passi, piccoli e veloci, soffiavano invisibili sul quel pavimento lucido: ero un’ombra che si aggirava insonnolita per la casa.

Grazie a dio era un giovedì, dovevo andare a lavorare. Qualcuno mi aspettava. Mai come quel giorno apprezzai quel lavoro. Quell’impegno quotidiano che mi aiutava a non pensare troppo.

Una gamba del pantalone era già infilata, l’altra ancora a metà.

Qualcosa di brutto stava per accadere.
Una ferita nello stomaco preannunciava l’evento funesto.

Lo sentivo.
Respiravo vapore.

Tutto preludeva ciò che di lì a breve avrebbe cambiato la mia vita: quella zona di confort, infelice ma sicura.

Il telefono suona.
Un messaggio.
Mi catapulto in salotto. Prendo il telefono.
Speravo di leggere parole dolci, quelle che solo tu sapevi dirmi, eppure ciò che stava per accadere era tutt’altra cosa.
Un messaggio, di WhatsApp. Il tuo.

I miei occhi scorrono parole terribili. Scritte da te? Si, l’uomo più importante della mia vita, la mia famiglia, mi stava dicendo che una famiglia non ce l’avevo più.

Da quel preciso momento ero sola.

Ho letto e riletto quel messaggio, per essere sicura di aver capito bene.
Diceva “mi fa schifo dirtelo in questo modo ma non ti amo più. Ci ho provato e riprovato ma proprio non ce la faccio. Non vorrei buttare venti anni della mia vita passata ma non posso neppure sprecare il futuro e non voglio rinunciare alla possibilità di essere ancora felice“.

Non ti amo più

Non ti amo PIU

NON TI AMO PIU’

Leggevo con freddezza quella notizia. La morte del tuo amore non era una sorpresa, ma non per questo meno dolorosa. Tuttavia quel dolore scorreva freddo nelle mie vene.

Il cuore era intorpidito.
La mente lucida.

Così è morta la prima Vivian. La seconda, rinata sulle sue ceneri, imparerà a camminare da sola.

L’uomo che mi ha fortemente voluta, che venti anni fa ha saputo sfoggiare tutto il suo romanticismo per conquistarmi, che ha saputo stupirmi con frasi d’amore, fiori e poesie, che mi ha chiesto di sposarlo con un biglietto lasciato tra le lenzuola, si, quell’uomo lì, mi ha lasciata con un messaggio di WhatsApp.

Tu sei forte

solitudine

E’ andata così. Nessuno poteva saperlo. Io meno che mai.

Trent’anni sono i migliori, quelli dove tutto è possibile e realizzabile. L’età in cui tutto inizia, almeno per me è stato così.

Mi sentivo forte, piena di energie, con tanti progetti nelle tasche. Progetti accartocciati, non troppo definiti, ma tanti e intrisi d’entusiasmo.

Quell’entusiasmo che ci univa e ci rendeva invincibili. Eravamo una squadra, facevamo muro. O almeno io l’ho creduto, per molti anni, di farne parte.

Ora so che quel muro non c’era. C’era uno scudo: io.

“Tu sei forte”, mi dicono. “Ce la farai, non hai bisogno di nessuno”.

Non è così, ho bisogno di tutti, di tutto, come l’aria! Ora più che mai. Ho bisogno di calore! Ne ho fatto a meno per troppo tempo. Gli altri si lavano la coscienza dicendomi che non ho bisogno di nessuno, soprattutto quando la sera tornano nelle loro case, dai loro affetti. Credono che basti dirlo e tutto diventa facile.

Non pensavo ci si potesse sentire così vulnerabili. Una separazione ti uccide, più di qualunque altro dolore. La solitudine, in certi momenti, è una fitta coltre di nebbia, che intrappola la mente e immobilizza il corpo.

Quella fitta nebbia mi ha bloccata per tutta la notte. Non ho dormito neppure un momento. Ero lì, immobile nel letto. Inerme. Impotente.

Ora basta.

Mi alzo da quel letto, ridotto ad una cuccia.

Apro le finestre. C’è il sole.

Grazie a dio la notte è finita.

Ultima notte

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Un po’ di malinconia mi assale se penso che questa è l’ultima notte che passerò in questa casa, quella post separazione.

La casa provvisoria, quella che ha segnato il passaggio…

Da domani la mia nuova vita sarà di nuovo “mia”, dopo venti anni. Si perché non è stata mia, la mia vita, ma tua. Sono stata felice, però, di aver vissuto con te. Ti ho amato profondamente. Ti amo ancora. Un amore diverso. Un giorno disperato. Un giorno deluso.

Stasera sono confusa, sola alle prese con i preparativi per il trasloco. E’ la quarta casa che cambio da quando ti conosco: le prime tre insieme a te. I preparativi per i precedenti traslochi sono stati faticosi ma eravamo felici.

Oggi sono triste, affaticata e sola.

Comunque, basta co’ sti racconti melensi! Da domani si ride! ecchecc…..

Lascia andare quelli che se ne sono già andati

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Sono cinque mesi che navigo nel web alla disperata ricerca di un’isola dove approdare e trovare un po’ di pace.

Tra i vari testi ho trovato un piccolo vademecum dal titolo “19 modi per migliorare le nostre relazioni”.

Si, perché nelle mie condizioni ti attacchi a tutto. E poi non è detto che faccia male leggere cose di questo genere.

In questo momento non rinuncio a nulla e poi ci sono letture che stimolano uno stato d’animo positivo e, questo, è già meglio di niente.

Al punto 2 del vademecum c’era scritto: “lascia andare quelli che se ne sono già andati”.

Questo punto veniva spiegato con un metafora, quella del travaso.

Una pianta man mano che cresce ha bisogno di nuova terra e, soprattutto, di un vaso più grande. Quella pianta in un vaso più grande crescerà forte e robusta. La vita ci toglie da vecchie relazioni per darci un’altra opportunità.

Caspita quanto è difficile! Dovrei proprio farlo, essere così forte da non vederti più, per non sentire più il tuo odore, quell’odore tanto familiare. Per non desiderare più di toccare quella pelle, la più bella che abbia mai toccato. Per non amarti più.

Il travaso è stato fatto, non si torna indietro. Ma io non riesco ancora a fare a meno di te. Non posso credere che non farai più parte della mia vita. Che non sarai più la mia terra.